martedì 8 gennaio 2013
Amarcade story: Atari
A volte diamo un po' le cose per scontate e questo è uno di quei casi. Ho iniziato la serie - Amarcade story - senza una debita introduzione. Con tale etichetta vorrei raggruppare gli articoli dedicati ai produttori di videogames del periodo, ossia gli ani '70 e '80, che hanno fatto la storia dei primi coin op. Si tratta di materiale che faceva parte del libro ma per ragioni di spazio e leggibilità è stato tagliato. Quello odierno è riservato a uno dei big in assoluto. Come si diceva una volta: basta la parola... ma l'effetto è ben diverso.
Dici Atari e ti si apre un mondo di ricordi e riferimenti. E non solo perché parliamo di un’azienda di avventurosi pionieri nella savana inesplorata del continente videoludico, ma perché costoro hanno marchiato a lettere di fuoco un angolo preciso dell’immaginario collettivo. Se “consultate” per l’ennesima volta la vostra copia di Bladerunner di Ridley Scott noterete come nelle strade piovose, tra umidità e nebbie spunti la calda insegna al neon di Atari.
Il regista era convinto che sarebbe stata una delle aziende più longeve, augurando implicitamente lunga vita anche al settore del videogaming. Il 2016 non è poi così lontano e anche se Atari non è un colosso globale, vanta titoli di notorietà internazionale. Non è escluso che qualche replicante in orbita alle porte di Tannhauser possa migliorare i record di Asteroids prima di quella fatidica data.
Ma iniziamo dalle cose note: Atari come tutti ormai sanno è l’equivalente giapponese dello “Scacco matto” (o meglio la situazione in cui l’avversario è sorpreso in una posizione senza via d’uscita). Non è chiaro se i fondatori della società, Nolan Bushnell e Ted Dabney, abbiano scelto questo termine come ponte tra le due nazioni più lanciate nel settore dell’elettronica di consumo. E’ più probabile che la parola, oltre ad essere semplice e “catchy”, voglia esprimere la volontà di dare “scacco matto” al nascente mercato del videogaming. Atari nasce infatti nel 1972, senza precedenti passaggi nel settore manifatturiero, nei suoi magazzini - se mai li ha avuti - non c’erano flipper o tirassegni arrugginiti, quindi la società non deve convertire laboratori, nè addestrare personale per la rivoluzione elettronica.
Un vantaggio iniziale non da poco, ma alla lunga anche una debolezza. Infatti quando la sua pietra miliare, il Pong, fa il botto, si trova a dover gestire un successo gigantesco con una rete distributiva tutt’altro che appropriata. Quando la sua console, l’Atari 2600, brama di ogni famiglia con figlioletti a carico, i costi e i tempi di consegna si tramutano in pesanti zavorre. Certo questo è quanto si percepiva qui, alla periferia dell’impero, in Italia. Ma credo ci sia poco da obiettare. Come spiegare altrimenti il tracollo della metà degli anni ‘80 se non tirando in causa un management eufemisticamente poco oculato.
Atari però sopravvive, il marchio è troppo importante ed evocativo per svanire. Finisce inglobato nella pancia di pesci più grossi come Hasbro e Infogrames. Un trofeo storico, il simbolo dell’età dell’oro quando ogni partita era un tuffo nel regno della meraviglie e Atari la parola magica che ne schiudeva i cancelli del sogno ad occhi spalancati.
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